Pensieri, Poesia, Racconti

Quell’insensato pum pum

Sentire così forte, così intenso. Dentro. Come la prima volta in quel caffè quando parlavo e tu assopito ascoltavi in silenzio. La prima volta che abbiamo camminato assieme: la voglia di afferrare quella mano e il timore che non l’avresti lasciata mai più. La prima volta che ti ho gridato con gli occhi lucidi di lasciarmi libera mentre immaginavo tutta la mia vita con te. Quando con il sorriso più grande e colmo di gioia ti ho raccontato di avercela fatta e tu orgoglioso mi hai stretta con la stessa forza con cui si sfiorano le farfalle. Perché ci sono momenti che sono stati solo nostri: quando disperatamente cercavi il mio sguardo e mi dicevi di portarti via da quella piazza, che avevi voglia di avermi dappertutto. Quando fissando il mio profilo nudo ritrovavi la voglia di vivere: volevi portarmi a Petra, al tramonto sulla Grande muraglia cinese e persino nel deserto del Sahara. In quei momenti non ci interessavano le guerre e la grande crisi dei valori: non c’era altro che il tuo sguardo addosso mentre viaggiavamo in terre dove nessuno avrebbe mai potuto scovarci. C’era qualcosa di dannatamente perverso e malinconico in noi;  e se la perversione e la malinconia fossero stati una malattia, io mai mi sarei voluta curare. Sei stato mio padre, il mio migliore amico, il mio compagno, la mia anima. A volte sei stato perfino me. E anche se nessuno si ricorderà di noi, io lo so cosa siamo stati l’uno per l’altra: siamo stati tutti gli amori incompiuti, quelli che non superano le avversità ma che con troppa forza non riescono a morire. Siamo stati tutto quello che siamo potuti essere. E se mi fermo e chiudo gli occhi ci vedo. Ci vedo tornare a casa stremati dal lavoro nella quotidianità che tanto avresti voluto per noi, mangiare cibo scadente davanti a un telegiornale qualsiasi aspettando di appisolarci uno tra le braccia dell’altra. Chissà se due come noi avrebbero finito per adeguarsi alla monotonia di tutti i giorni, allo scorrere lento di giorni identici. Chissà se ti fermerai a pensare a tutto quello che perderai quando crederai che una storia come la nostra non è abbastanza: non mi vedrai respirare il profumo del mare mentre attendo l’alba, non mi vedrai scordarmi le chiavi di casa, macchiarmi di sugo e imprecare contro le ingiustizie della vita. Non mi vedrai combattere la società per un futuro migliore e tantomeno vedrai l’impegno e lo sforzo per crescere i miei figli. Non mi vedrai ubriacarmi al mio matrimonio e ridere a squarciagola dalla felicità. Non mi vedrai invecchiare, non vedrai il mio volto sfiorire. Non coccolerai nessuna mia ruga né allevierai alcun mio dolore. Ma forse hai ragione tu: io sono solo una sognatrice che ha sempre avuto timore dello scorrere inesorabile del tempo, delle stagioni che incessantemente si susseguono e degli amori che finiscono. Sono una folle che non ha mai smesso di credere che un amore come il nostro fosse possibile. Ma se hai coraggio almeno per una volta guardami negli occhi e sbattimi in faccia che è questo il motivo per cui mi hai amata. Disperatamente amata. Ostinatamente amata. Come solo chi sta per perdere l’amore può amare. Sei sempre stato geloso della mia irriverenza, della mia cocciutaggine e della mia imprudenza. Perché sapevi che se fossi stato un po’ più me, se avessi creduto così profondamente, non avresti passato il resto della tua vita a vivere di rimpianti. E questo io non lo so se mai potrai perdonartelo.  

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Angolo di paradiso

Nella foschia di fine febbraio trame di rami che si intrecciano, che sembrano precipitare e si mescolano, si fondono e diventano un tutt’uno. Nella linfa limpida e a tratti oscura ed enigmatica, interminabili momenti d’istantanea leggerezza. È il riflesso più simile ad uno specchio che io abbia mai visto:  l’infinita essenza di tutte le cose.  

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Lungofiume

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Il fruscìo dei salici, l’odore del muschio, il cinguettìo dell’usignolo, la brezza sul volto, il colorito della volta celeste che si fonde con le sfumature del rivo. Alla primavera della vita non si potrebbe chiedere nient’altro se non l’atmosfera dei luoghi che abitualmente chiamiamo ‘casa’. 

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I mutamenti dell’animo

Il cambiamento è ineluttabile. L’animo non è diverso dal bozzolo che si schiude e volteggia libero nel firmamento: aspira ad ogni spazio, brama ogni respiro, reclama ogni battito. Senza è perduto. Lo spirito si lascia vincere quando smette di perseguire la scoperta dell’ignoto. Vuole sbagliare, vuole cadere, farsi male. Vuole desiderare. Vuole solo vivere. Ed è subito meraviglia e stupore e incanto e portento.

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Memorie di un amore antico

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Donne che son di tutti, che non vedi mai ma che viaggiano nei sogni degli uomini. Donne vestite solo di assenze e dolore. Donne che amano profondamente e mentono ogni notte al calar delle tenebre. Donne che splendono sotto il riflesso delle illusioni dei tempi lontani, sulle note di un’armonia di cui non han memoria.

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È una dolce malinconia cullarsi tra i ricordi di un anno trascorso. Un anno trascorso a inveire, a sbraitare, a mormorare e poi a gioire. Un anno eterno fuggito via in un secondo. Un anno di attese, di strepiti e di giornate infinite. Un anno addolcito dall’arrendevole compagnia della solitudine. Un anno di addii e di sconfinati ritorni. Un anno di gaia amarezza e di sconsolata allegria.

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Il calore delle lenzuola disfatte, l’aroma del tuo dopobarba il venerdì sera e il tocco leggero delle tue dita. Se si potesse descrivere la felicità non avrei bisogno di altre parole. Solo di silenzio. E di momenti. E dell’incessante musica jazz che fa capolino al tramonto di un giorno qualunque. La voce non serve quando ci si legge con uno sguardo, quando ci si conosce al punto che le frasi perdono di significato: è smarrirsi scordandosi di far ritorno.

 

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